Dobro

Io non so se esista l’Inferno, non sono esattamente una credente, ma nel caso in cui l’Inferno esista davvero mi auguro che un girone particolarmente sgradevole sia dedicato ai capò, i caporali dei lavoratori stagionali che vengono sfruttati in Italia, non sono lavoratori, sono schiavi.

Chi pensa si tratti di un fenomeno esclusivamente relegato al Sud si sbaglia, perché è radicato anche nel ricco Nord, traino del Paese, fiore all’occhiello dell’economia nazionale, orgoglio agroalimentare dell’Italia nel mondo. Appezzamenti di terra pettinati come salotti su cui lavorano gli schiavi e noi che continuiamo a dirci che la colpa è degli schiavi stessi.

Non so perché, ma sono anche indirizzati nelle varie colture a seconda delle etnie: i bulgari e i rumeni nelle vigne, i cinesi nelle risaie, indiani e cingalesi nelle stalle.

Non conosco i numeri e l’impatto sociale, ma conosco quello che vedo e che curo.

Ieri ho conosciuto lui. Continua a leggere

Un periodo sabbatico

Non ricordo quando ho deciso di prendermi un periodo di pausa. A dirla tutta non ricordo nemmeno di aver deciso di prenderlo.

Mi sono, semplicemente, distratta.

Pensavo che, con il part time, avrei ridotto i ritmi di lavoro e, quindi, tutto sarebbe stato più semplice e rilassante, una vera pacchia, tempo per la mia famiglia, gli amici e tutte quelle cose che di tempo non ne hanno avuto mai: cucinare, leggere, sistemare il giardino, o scrivere, giusto per ricordarne alcune.

Poi sono diventata improvvisamente padrona del mio tempo e dei miei spazi e tutto si è dilatato, sono come stata sparata in un’altra dimensione.

Il lavoro, che fino ad allora aveva occupato una fetta così ampia e invadente della mia vita, improvvisamente se ne stava accucciato in un angolino e io non sapevo bene come fare. Continua a leggere

“Ti ho fatto il caffè”

Hai iniziato a fare la OSS quando io ho iniziato il liceo.

Una vita fa, a pensarci, una vita in cui ogni giorno hai fatto mille piccole cose che mi hanno permesso di lavorare bene.

E stasera una gran fatica a trascinarti fuori casa per portarti alla tua festa a sorpresa per la pensione. Hanno inventato una scusa, una cena di reparto, è Natale, non puoi mancare.

E tu che non volevi: “Cosa vengo a fare, andate voi, che io ho i vecchi da guardare e la campagna e che se poi vado via una sera qui, va tutto a ramengo!”

Ci siamo riusciti e quando sei arrivata e hai capito che la festa era per la tua pensione, prima di commuoverti ti sei arrabbiata:”Me l’avete fatta grossa! Ma mica mi merito tutta ‘sta fatica!” Continua a leggere

L’ultimo chiuda la porta

Tre mesi fa mi sono licenziata.

Non è un modo di dire, mi sono proprio licenziata, ho scaricato i fogli dal sito dell’ASL, li ho compilati, ho fotocopiato la mia carta d’identità e, dopo uno smonto notte, li ho portati all’ufficio personale.

“Dottoressa, aspetti, il Direttore del personale vorrebbe parlarle.”

Entro nel suo ufficio, lo stesso in cui mi sono seduta il giorno della firma del contratto, sette anni fa. Anche il Direttore del personale è lo stesso.

“E quindi se ne va?”

“Sì, esatto.” Continua a leggere

Please, come with me

Spesso vi ho detto di quanto la Rianimazione possa essere paragonata ad un imbuto. Un enorme imbuto in cui convogliano tutte le disgrazie dell’ospedale, i pazienti più critici, i casi umani più disperati, le situazioni cliniche senza via d’uscita che si arenano in quello spazio angusto, senza porte e finestre e, che spesso, proprio lì terminano, in un vicolo cieco che, dopo la strettoia dell’imbuto non sfociano in niente di buono.

La  stessa metafora dell’imbuto può essere utilizzata per il Pronto Soccorso dove, in scala molto più ampia, confluisce ogni sorta di malessere, fisico e psichico, un luogo dove arrivano non solo i pazienti che stanno davvero male e necessitano, appunto, di un pronto e repentino soccorso, ma anche chi sta male da un po’ di tempo e non ha voglia di fare la fila dal medico di base e aspettare la data di prenotazione per una visita specialistica, oppure chi non ha un posto migliore dove andare per farsi ascoltare, per vomitare il proprio disagio psichico, o sociale, la propria solitudine e la conseguente ricerca di ascolto e attenzione. Continua a leggere

Per quel che ne so

Parliamo di Alfie.

Anzi no, parliamo di ciò che gira intorno ad Alfie e lasciamo stare questo paziente, che nella sua breve vita ne ha già viste a sufficienza.

Parliamo, anzi, proviamo a ragionare serenamente come adulti, come uomini di scienza, come esseri razionali e pietosi.

Come esseri rispettosi.

Come esseri umani. Continua a leggere

#quellavoltache

[Questo post rientra in un progetto di scrittura collettiva, nato per contrastare il victim blaming, ovvero il fenomeno per il quale le vittime che denunciano un abuso, una violenza o una molestia, vengono attaccate da critiche, insinuazioni, o veri e propri insulti.

In questo progetto, pensato dopo un po’ di chiacchiere e confronto tra amiche, alcune di noi racconteranno la loro storia di abuso. Perché le vittime non si sentano isolate, perché la violenza è un fenomeno diffuso, ma non per questo accettabile, o giustificabile. Chi volesse partecipare al progetto può raccontare la sua storia (solo se vi va e se vi sentite tranquilli nel farlo) sui social con l’hashtag #quellavoltache]

Ora vi racconto la mia volta. Continua a leggere