“Ti ho fatto il caffè”

Hai iniziato a fare la OSS quando io ho iniziato il liceo.

Una vita fa, a pensarci, una vita in cui ogni giorno hai fatto mille piccole cose che mi hanno permesso di lavorare bene.

E stasera una gran fatica a trascinarti fuori casa per portarti alla tua festa a sorpresa per la pensione. Hanno inventato una scusa, una cena di reparto, è Natale, non puoi mancare.

E tu che non volevi: “Cosa vengo a fare, andate voi, che io ho i vecchi da guardare e la campagna e che se poi vado via una sera qui, va tutto a ramengo!”

Ci siamo riusciti e quando sei arrivata e hai capito che la festa era per la tua pensione, prima di commuoverti ti sei arrabbiata:”Me l’avete fatta grossa! Ma mica mi merito tutta ‘sta fatica!”

Oh, se te la meriti! Che se c’è una figura fantasma e assolutamente sottovalutata è quella dell’OSS.

Allo sguardo superficiale un lavoro marginale, che vuoi che sia? Aiutare a lavare i malati al mattino, controllare la sterilizzazione dei broncoscopi, far entrare i parenti in visita…

Vi siete mai fermati a pensare come vi sentireste, se aveste mai la coscienza minima per rendervi conto, a stare fermi in un letto per giorni, senza potervi lavare?

Eppure c’è chi vi lava per bene, girandovi sul fianco ogni volta, almeno una volta al giorno, dai capelli al bidet, poi le unghie, che vanno regolate e la barba per gli uomini. Perché esiste una dignità anche nella malattia.

E se dell’igiene se ne occupano gli infermieri, quale enorme valore può avere l’OSS che scalda l’acqua della bacinella in cui affondare la spugna, o che sostiene il vostro corpo di taglio sul letto, mentre l’infermiere vi strofina la schiena? Da questo punto di vista non sembra più una sciocchezza inutile, vero?

E, quindi, grazie Adriana, e grazie a chi come te custodisce i segreti della dignità umana, quando questa non dipende più da noi, ma viene delegata a chi ha deciso, nell’ombra, di preservarla, quando noi non siamo più in grado, nemmeno, di lavarci da soli.

Grazie per ogni volta che hai portato esami in laboratorio, broncoscopi a sterilizzare, carrelli d’urgenza nelle stanze, mentre io abbaiavo ordini.

Grazie per essere sempre stata custode della cura, nelle sue declinazioni più semplici e fondamentali.

Per tutte le volte che mi hai visto stanca, sconfitta e addolorata e mi hai curato con un lapidario:”Ti ho fatto il caffè.”

Che sa solo Dio quanto faccia bene il tuo terribile caffè annacquato.

“Non l’ho fatto carico, che poi ti fa male allo stomaco.”

Hai ragione, va bene così.