Supereroi

“Sai qual è il punto di non ritorno della malattia?”

“No.”

“Che ti capita sulla testa. Tu non la vuoi, ma lei arriva. Come essere Peter Parker e svegliarti un mattino da Spiderman. Ma chi cazzo voleva essere Spiderman? Io no, io stavo da Dio come Peter Parker, pensare alla spesa, alle foglie del giardino da spazzare, alle bollette… Io non volevo misurarmi con i miei estremi limiti, per poi dire di poterli superare. Io, i miei limiti, avrei serenamente ignorato di conoscerli. La malattia ti catapulta in una sfera lontana, al di fuori della tua vita e delle comuni occupazioni volgari che sembrano affliggerti ogni giorno.
E mi andava benissimo così. Avrei voluto continuare a pensare che le insufficienze a scuola dei figli fossero un problema di vitale importanza, che il vicino di casa cagacazzo fosse il mio primo nemico. E invece…

E invece fight or fly, ma, in realtà, solo fight. Quindi non è che ci sia molta scelta, io farei anche combattere qualcun altro al nostro posto, a trovarlo. Che, poi, la malattia, diventa anche un affare di famiglia e ciascuno ci arriva per le proprie strade e non puoi nemmeno mantenere all’oscuro chi vorresti proteggere. Non è nemmeno più una cosa personale, si allarga e tocca tutto ciò che non dovrebbe toccare. E’ un cazzo di tornado che scompagina tutto e tu provi a mantenere un ordine, ma un ordine non esiste e, allora, prendi atto e fai la tua parte e speri che ciascuno faccia la propria. Tanto non è che se ti piangi addosso cambia qualcosa.

Praticamente come gli X-Man.

Anche a loro nessuno ha chiesto se lo volessero diventare, ma, a quel punto, ci si sono ritrovati e hanno fatto quello che dovevano fare: superforza, razzi micidiali, campi magnetici, quella roba lì.

Nessuno vuol nascere supereroe.

Nessuno.”